Prima del Bene e del Male: Un Insegnamento di Eno

In questo incontro del nostro percorso attraverso la storia di Huineng, che qui chiamiamo con il nome giapponese Eno, abbiamo esplorato uno dei momenti più celebri della tradizione Zen.

La scena inizia in modo quasi drammatico. Dopo aver ricevuto segretamente la trasmissione del Dharma dal Quinto Antenato, Hongren, Eno viene invitato a lasciare immediatamente il monastero. La trasmissione — simboleggiata dalla veste e dalla ciotola — avrebbe inevitabilmente creato tensioni tra i monaci.

Eno fugge quindi tra le montagne.

Diversi monaci lo inseguono. Tra loro c’è Huiming, un ex ufficiale militare che in seguito era diventato monaco. Forte, determinato e capace, riesce infine a raggiungere Eno tra i monti.

A quel punto accade qualcosa di inatteso.

Quando prova a prendere la veste e la ciotola, non riesce a sollevarle. In quell’istante qualcosa cambia. Si rende conto che quell’incontro non riguarda davvero degli oggetti. La veste e la ciotola sono soltanto simboli. Ciò che conta veramente è qualcosa di molto più profondo.

L’inseguimento si interrompe.

Invece di cercare di prendere gli oggetti, chiede a Eno un insegnamento.

Eno risponde con una domanda che è diventata una delle frasi più celebri dello Zen:

Senza pensare al bene né al male, qual è il tuo volto originario prima che i tuoi genitori nascessero?

Questa domanda è il cuore della storia.

A prima vista può sembrare strana. Quando pratichiamo una via spirituale spesso pensiamo di dover diventare persone migliori — più calme, più sagge, più compassionevoli. E in parte può essere vero. Ma Eno indica qualcosa di ancora più fondamentale.

Non dice: “Pensa pensieri buoni.”
Non dice: “Migliora la tua mente.”

Indica piuttosto il momento prima che la mente inizi a giudicare.

Prima che la mente divida l’esperienza in bene e male, giusto e sbagliato, successo e fallimento.

Se osserviamo con attenzione, la mente lo fa continuamente. Giudichiamo la nostra meditazione (“una buona seduta” oppure “una seduta terribile”), il nostro progresso (“sto migliorando” oppure “non sono capace”), le altre persone e le situazioni della vita quotidiana. Questi giudizi sorgono così rapidamente che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.

Ma ogni giudizio divide silenziosamente il mondo. C’è ora qualcuno che giudica, qualcosa che viene giudicato e una storia su ciò che tutto questo significa.

La domanda di Eno interrompe questo movimento.

Prima che il giudizio appaia — che cosa c’è?

Non un’idea.
Non una filosofia.

Semplicemente l’esperienza diretta di questo momento: respirare, ascoltare, stare seduti, essere vivi.

La pratica Zen non consiste nell’eliminare i pensieri o nel diventare perfetti. Piuttosto, ci invita a riconoscere ciò che è già presente prima che la mente organizzi la realtà in categorie.

Con il tempo, il significato di questa storia è diventato per me sempre più profondo.

All’inizio ero semplicemente attratto dall’immagine vivida di due persone che corrono tra le montagne — uno che insegue e l’altro che fugge. Essendo una persona che ama correre nella natura, quell’immagine mi ha subito parlato.

Ma poco a poco è emerso un altro livello.

In molti modi questa corsa riflette ciò che la nostra mente fa continuamente. Corriamo dietro alla comprensione, al miglioramento, al riconoscimento, alla certezza.

Eppure il momento di apertura nella storia non avviene quando l’inseguitore raggiunge Eno.

Avviene quando smette di inseguire.

Quando si ferma e pone una domanda autentica.

Il nostro maestro Shinzan Miyamae parlava talvolta di ciò che chiamava “la puntura dello Zen”. Questa “puntura” appare quando lo Zen diventa un’idea a cui ci aggrappiamo — quando iniziamo a costruire un’identità intorno alla nostra pratica:

“Ho capito questo insegnamento.”
“Ho avuto questa esperienza.”
“Sto praticando nel modo giusto.”

A quel punto lo Zen rischia di diventare un’altra storia su noi stessi — un’altra forma sottile di giudizio.

Le parole di Eno tagliano anche questo.

Senza pensare al bene o al male, non c’è alcuna posizione da difendere, nessuna intuizione da mostrare, nessuna identità da lucidare.

C’è semplicemente questo momento.

Diretto. Immediato. Vivo.

Forse questo è il significato più profondo della storia. Non riguarda davvero due persone che corrono nella foresta. Riguarda il fermarsi — il fermare l’inseguimento, fermarsi prima del giudizio, prima dello sforzo di confermare chi pensiamo di essere.

E accorgersi di ciò che è già qui.


Domande per la riflessione

Durante l’incontro i partecipanti hanno esplorato due domande in coppia:

  1. Riesci a ricordare un momento recente in cui la tua mente ha giudicato rapidamente una situazione come buona o cattiva, come un successo o un fallimento? Che cosa è accaduto dentro di te quando quel giudizio è apparso?
  2. Se ti fermi per un momento e permetti a quel giudizio di ammorbidirsi o di dissolversi, che cosa rimane della situazione? Che cosa è presente prima che la mente la definisca buona o cattiva?