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Il posto è sbagliato, il corpo frena

Il posto è sbagliato, il corpo frena

Questo è il secondo pezzo.

Gli anni tra il 1979 e il 1989 furono un altro tipo di viaggio, molto diverso da quello libero e istintivo dei primi chilometri. La bicicletta era sempre lì, fedele, ma non era più soltanto un gioco. Stava diventando struttura, regola, sacrificio. Le prime gare serie, gli allenamenti regolari. Certo, all’inizio i chilometri erano pochi e in fondo restava ancora un gioco, ma con il passare degli anni le strutture si facevano sempre più rigide, più esigenti.

Chilometri su chilometri sotto il sole e sotto la pioggia: il corpo macinava, senza chiedersi troppo il perché, mentre la mente cercava un senso tra ciò che voleva e ciò che sentiva di dover fare.

L’allenamento, quello sì, mi piaceva davvero. Uscire con gli altri, ridere, scherzare, sfidarsi senza conseguenze. Erano ore passate in bicicletta che amavo profondamente. Stare insieme, muoversi nello spazio, sentire il corpo lavorare in armonia con gli altri. Quello era il mio posto. Quello era il mio linguaggio.

Quello che invece mi pesava erano le gare. Non ero nato per competere. Per me la competizione era qualcosa di innaturale, qualcosa che non sentivo mia. Non avevo il coltello tra i denti. Dormivo male la notte prima, arrivavo teso e non riuscivo mai a godermi davvero la gara. Non ricordo con precisione come fosse quando ero giovanissimo, ma so che dai tredici, quattordici anni in avanti il competere non mi faceva stare bene, anche se ancora non riuscivo a vederlo con chiarezza.

Eppure lo facevo. Senza dire una parola. Sì, sognavo di diventare professionista, di diventare forte, famoso. Ma c’era anche qualcos’altro. Qualcosa che non tornava del tutto. Sembrava mancarmi quella fame cieca, l’istinto del corridore che vuole vincere a tutti i costi.

Giocavo a far finta che andasse tutto bene. Nascondevo i miei sentimenti nei confronti delle gare, forse perché andare in bicicletta mi piaceva troppo per mettere tutto in discussione. Dal lunedì al venerdì ero esattamente dove volevo essere. Il sabato e la domenica erano il compromesso. Erano l’inferno che dovevo attraversare per tornare in paradiso.

Guardandomi indietro oggi, vedo con chiarezza quanto mi sentissi a mio agio nel ridere, nello scherzare, nel non prendermi troppo sul serio. Quello era il mio ritmo naturale. La gara era diversa. C’era meno spazio per la leggerezza. Richiedeva tensione, concentrazione e, soprattutto, la voglia di battere quelli che avevi intorno.

Eppure io c’ero. In parte perché sentivo di avere una parte da interpretare. Per compiacere mio padre, prima di tutto. E poi, a cascata, le altre persone attorno a me: allenatori, compagni, l’ambiente. In qualche modo sentivo che dovevo imparare a farmelo piacere.

Credo che fino al punto di rottura con le gare non abbia mai nemmeno ponderato seriamente l’idea di smettere. Non era un’opzione. Si va avanti. Si fa quello che c’è da fare. Si tiene tutto dentro. Facevo la mia parte in silenzio, senza creare problemi, senza fare domande.

Poi la rottura arrivò tutta insieme. All’improvviso. Come quando cede una diga. Da fuori sembra che non stia succedendo nulla. L’acqua è ferma, controllata, contenuta. E invece, sotto, la pressione cresce. Fino a quando non regge più. E quando cede, non c’è transizione, non c’è gradualità: sei travolto. Acqua, detriti, forza incontrollabile.

Così fu anche per me. Nessuno si accorse che qualcosa stava succedendo finché non successe. Nemmeno io.

In gara ero come un pesce fuor d’acqua.

Non c’era solo lo sforzo fisico — che, in fondo, mi piaceva anche. C’era un altro tipo di sforzo: quello di cercare di essere qualcuno che non mi sentivo completamente a mio agio a essere.

Attorno a me c’erano ragazzi con una fame vera, feroce, quasi animale. Il coltello tra i denti non era una metafora: era un modo di stare al mondo. Facevo parte dello stesso mondo ciclistico, ma non mi sentivo a casa in quel branco. Stavo lì, ma non ero lì fino in fondo.

Eppure non ero scarso. Avevo il motore, avevo le gambe, potevo stare davanti. E ci stavo, spesso. Sapevo reggere il ritmo, sapevo soffrire, sapevo anche essere competitivo.

Ricordo una gara in particolare. Quel giorno tutto funzionava. Ero davanti, dentro l’azione, presente. Quando arrivarono gli ultimi chilometri, però, successe di nuovo.

Una sensazione precisa, sempre la stessa. Qualcosa che si chiudeva nello stomaco. Non paura. Non stanchezza. Una chiusura netta.

Arrivai a fare la volata. Avrei potuto vincere. Lo sapevo io, lo sapevano gli altri. Ma quando alzai lo sguardo e vidi il traguardo apparire davanti a me, mi rialzai.

Mancavano poche decine di metri.

Passai da possibile primo a undicesimo, forse dodicesimo.

Ricordo gli sguardi dei dirigenti: confusi, impotenti. Un gesto incomprensibile.

Come lo spieghi, una cosa così?

Ancora oggi non so spiegarla del tutto. Ma so cosa non era: non era mancanza di gambe.

Era come se qualcuno tirasse i freni al posto mio.

Non successe una sola volta. Quei blocchi tornarono. Li vivevo, ne soffrivo, ma li nascondevo. Non se ne parlava. Non erano cose condivisibili, soprattutto a quell’età. Così facevo quello che sapevo fare meglio: tenevo tutto dentro e andavo avanti.

In allenamento, però, era un’altra storia.

Lì ero libero. Lì avevo forza, determinazione, gioia. Scattavo, staccavo, ridevo. Il corpo rispondeva senza attriti, senza nodi.

In allenamento ero me stesso.

In gara ero qualcuno che cercava di esserlo, senza riuscirci davvero.

All’inizio del 1990, la diga venne giù.

Nessuno, io per primo, sapeva da dove cominciare a raccogliere i detriti, i pezzi restanti di quel crollo.