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Eno e Myo

Alle volte è come se aspettassi che qualcuno o qualcosa mi venga a togliere da questo momento di vita, così come lo sto vivendo. Generalmente questo qualcosa arriva sotto forma di un pensiero che mi distrae e mi propone qualcosa da fare, risolvere, inseguire. Molte volte continuo nel vago tentativo di afferrare la soluzione ai miei problemi senza accorgermi che questa rincorsa potrebbe non avere mai fine. La tanto promessa soluzione non arriva, anche se ogni tanto, per qualche istante, credo di averla trovata.

Poi ci sono quei momenti in cui succede qualcosa che non mi piace. Li avete mai provati? Dentro sale qualcosa che ha il sapore dell’irritazione o il colore della rabbia, un retrogusto amaro di fastidio, un ostacolo, perfino un senso d’odio. La testa si mette immediatamente in movimento.

Mi fermo per un secondo mentre scrivo queste parole e subito nella testa si formano pensieri. Basta distogliere l’attenzione dallo scrivere e arriva di tutto. Non è necessariamente un problema. I pensieri arrivano. Il punto interessante, almeno per me, è cosa ne faccio. Quanto rapidamente credo a quello che sto pensando? Quanto facilmente una storia che si forma nella mia testa diventa la mia versione della realtà?

C’è una storia Zen che mi ha sempre affascinato: la storia di Eno e Myo e del loro incontro dopo un inseguimento. È una storia in cui ho sempre riconosciuto qualcosa della gelosia, del desiderio di ottenere ciò che qualcun altro possiede e, inevitabilmente, qualcosa di me.

Partiamo dall’inizio, o quasi.

Eno, conosciuto anche come Huineng, arrivò al monastero del quinto patriarca Konin, Hongren. Secondo la tradizione, venne mandato a lavorare nella zona dove si batteva il riso. In seguito, quando Konin dovette scegliere il proprio successore, Eno ricevette la trasmissione insieme alla tunica e alla ciotola, simboli della successione.

Eno era relativamente nuovo nel monastero e non apparteneva alla schiera dei monaci più anziani e rispettati. La sua successione provocò tensioni e, secondo il racconto tradizionale, Konin gli consegnò la tunica e la ciotola in segreto e gli disse di partire.

Quando gli altri scoprirono quello che era successo, alcuni partirono al suo inseguimento.

Tra loro c’era Myo.

Si può essere gelosi. Se pensiamo che qualcuno abbia raggiunto qualcosa che avremmo voluto avere noi, può sorgere gelosia, magari anche rabbia. Penso a me bambino e alle volte in cui avrei voluto ricevere l’attenzione che ricevevano altri bambini. E penso a quante volte ho provato qualcosa di simile quando ho iniziato a studiare Zen.

Vedevo, o almeno percepivo, altri studenti come molto più “avanti” di me su questo sentiero.

Tante volte avrei voluto avere tutto e subito, essere illuminato e potermene vantare.

Non è particolarmente glorioso, ma è vero.

Myo era stato un soldato e, secondo la storia, fu lui a raggiungere Eno. Possiamo immaginare la corsa, la determinazione e forse la rabbia che lo avevano spinto fino a quel momento, ma non sappiamo esattamente cosa gli passasse per la testa.

Quello che racconta la storia è sufficiente.

Quando Eno vide arrivare Myo, appoggiò la tunica e la ciotola su una roccia e gli disse che, se era venuto per quelle, poteva prenderle.

Myo cercò di sollevarle, ma non ci riuscì.

A quel punto qualcosa cambiò.

Myo disse che non era venuto per la tunica e la ciotola, ma per il Dharma. Chiese a Eno di insegnargli.

Ed Eno gli pose una domanda:

“Prima di pensare bene o male, qual è la faccia originale di Myo?”

È qui che per me la storia diventa veramente interessante.

Myo aveva corso dietro a Eno. Aveva corso dietro alla tunica e alla ciotola. Forse aveva corso dietro a qualcosa che pensava gli appartenesse o che avrebbe dovuto appartenergli.

Poi Eno non gli diede ciò che forse si aspettava. Non gli offrì una lunga spiegazione. Gli fece una domanda.

Prima di bene e male.

Prima di tutte le idee su Eno.

Prima delle idee sulla tunica, sulla ciotola, sulla successione, sulla giustizia e sull’ingiustizia.

Qual è la faccia originale di Myo?

La tradizione racconta che Myo ebbe una realizzazione.

Che cosa realizzò?

Non lo sappiamo. Solo Myo potrebbe rispondere.

Ed è proprio per questo che non voglio riempire quel momento con una spiegazione. Posso immaginare la foresta, Myo esausto dopo l’inseguimento, Eno davanti a lui e la tunica e la ciotola appoggiate sulla roccia. Posso perfino immaginare un raggio di sole che attraversa gli alberi, se proprio voglio fare il regista.

Ma quella è la mia immaginazione.

La domanda rimane la sua.

Prima di pensare bene o male, qual è la faccia originale di Myo?

E possiamo naturalmente rivolgere la stessa domanda verso di noi.

Prima di tutte le idee che ho su me stesso, prima di ciò che penso dovrebbe accadere, prima di quello che voglio ottenere o evitare, prima ancora di decidere se questo momento mi piace oppure no: che cosa c’è?

Non ho una risposta da offrire.

Forse è meglio così.

Alle volte è come se aspettassi che qualcuno o qualcosa mi venga a togliere da questo momento di vita, così come lo sto vivendo.

Ma anche se quel qualcuno o qualcosa arrivasse, mi ritroverei comunque ancora qui.

In questo momento di vita.

Così come lo sto vivendo.