Non ricordo con precisione come succedessero le cose. Avevo cinque, forse sei anni. I contorni sono sfocati, ma il corpo no. Il corpo ricorda benissimo.
Ricorda una bicicletta piccola, tenuta stretta come si tiene qualcosa che non si vuole perdere. Ricorda le mani sul manubrio, le braccia leggermente tese, il busto proteso in avanti. Ricorda soprattutto una corrente continua di stimoli: movimento, velocità, aria sul viso, il respiro che accelera senza essere ancora chiamato fatica. C’era una sensazione diffusa di benessere fisico, semplice e immediata, che arrivava a ogni pedalata.
Pedalavo attorno a casa, nel giardino, nel cortile, sul marciapiede dietro. Mio padre aveva costruito delle rampe di legno per collegare gli spazi, come se tutto fosse stato progettato apposta per farmi girare in tondo senza mai fermarmi. Le curve diventavano sempre più veloci. Ogni giro era un po’ più audace del precedente.
Non pensavo. Il corpo anticipava. Si piegava da solo, frenava all’ultimo, accelerava appena possibile. La bicicletta smetteva di essere un oggetto e diventava qualcosa di naturale, quasi un prolungamento del corpo.
A volte, però, quel fidarsi andava un po’ oltre.
Ricordo una discesa. La strada la conosco ancora oggi e ogni volta che ci passo qualcosa la riconosce. È una di quelle discese che da bambino sembrano interminabili: curve in sequenza, velocità che cresce senza chiedere permesso, il rumore delle ruote che cambia mentre l’asfalto scorre sempre più veloce sotto.
Ero con mio padre. Non ricordo se mi avesse detto qualcosa prima. Io ero già dentro la discesa, dentro quella concentrazione che non lascia molto spazio alle parole. C’erano la traiettoria, il respiro, il corpo che cercava l’equilibrio tra freno e velocità.
Alla quarta curva non girai.
Andai dritto.
Non fu una decisione. Troppa velocità, troppo poco margine. La bicicletta smise di seguire la strada e io la seguii fuori. Ricordo il tempo che sembra rallentare, il silenzio improvviso dopo il rumore, l’essere per terra.
Per qualche secondo rimasi lì. Il corpo fece un rapido inventario: ossa, pelle, respiro. Sembrava tutto al posto giusto.
Allora potevo rialzarmi.
Ci furono altre cadute. Contro un muretto alla fine di una rampa, contro una recinzione fuori dal cancello di casa. Una mi lasciò una cicatrice che ancora oggi posso ritrovare se la cerco.
Non ricordo di aver pensato che stessi imparando qualcosa di importante. Cadevo, controllavo i danni e, quando potevo, ripartivo. Magari un po’ più piano. Magari con una misura diversa.
E continuavo.
Con il tempo continuare significò anche conoscere la fatica.
La salita verso il paese sopra casa è uno dei primi ricordi che ho. Non ricordo la pendenza, le curve o quanti metri fossero. Ricordo l’arrivo. Ricordo mio padre e i miei zii che mi guardavano arrivare. Ricordo il corpo che sapeva di aver fatto qualcosa di grande, anche se la mente non aveva ancora le parole per dirlo.
Forse non era qualcosa di grande.
Ma ero un bambino, e quella salita era abbastanza grande.
Negli anni arrivarono molte altre salite.
Poco a poco imparai a riconoscere diversi tipi di stanchezza. Quella rumorosa che arriva presto. Quella che passa se continui ancora un po’. E quella che suggerisce che forse è davvero arrivato il momento di fermarsi.
Non ci azzeccavo sempre.
E non ci azzecco sempre neanche adesso.
Ma da qualche parte, durante quei primi chilometri, cominciai a imparare ad ascoltare.
All’epoca, naturalmente, non c’era niente di filosofico in tutto questo. Non pensavo alla perseveranza mentre salivo. Non pensavo al fallimento quando cadevo. Non pensavo alla consapevolezza mentre cercavo di tenere la bicicletta in equilibrio.
Stavo semplicemente pedalando.
Guardando indietro, posso vedere quanto del mio rapporto con la bicicletta sia cominciato proprio lì. Cadere e risalire in sella. Arrivare in cima a una salita. Scoprire che qualcosa che dal basso sembrava enorme poteva essere attraversato un metro alla volta.
Ma quel bambino non sapeva niente di tutto questo.
Non aveva bisogno di saperlo.
Lo faceva perché gli piaceva. Perché lo faceva stare bene. Perché lo faceva sentire vivo.
C’era una bicicletta. C’era una strada. E c’erano i primi chilometri.
Pedalavo e basta.
In quei primi chilometri fatti a quell’età stavo semplicemente imparando a giocare al gioco più bello del mondo: il gioco della vita. Allora non lo sapevo. Pedalavo e basta. Ma tutto quello che stavo imparando con la bicicletta l’avrei poi ritrovato, molte volte, nelle mie giornate vissute.
Imparai a fidarmi. A fidarmi della bicicletta e, senza accorgermene, a fidarmi anche di ciò che arrivava. Curve, discese, salite, difficoltà: il corpo imparava che si possono attraversare. Che non tutto si controlla, ma molto si può accompagnare.
Imparai a cadere. Perché nella vita, come in bicicletta, a volte si cade. Si sbaglia misura, si resta delusi, ci si sveglia al mattino con poca voglia. Quando si cade dalla bici non si può restare a terra per sempre. Non si mettono radici nella caduta. Ci si rialza, si scrolla via un po’ di polvere, ci si prende cura delle ferite e si risale in sella. C’è sempre un altro tratto di strada da percorrere, una nuova salita da affrontare, una nuova discesa da godersi.
E la fatica? Dove la lasciamo la fatica? Dove si va, in questa vita, senza incontrarla almeno un pò? A me la fatica ha insegnato più di qualsiasi libro. Non perché la vita sia solo fatica — non lo è — ma perché, come sulla strada, non tutto è pianura. Si impara a conviverci, a conoscerla, a farla diventare compagna. A volte persino ad andarle incontro, non per sfida, ma per amore.
Così, in modo del tutto incosciente, stavo imparando a giocare. Stavo assorbendo alcune regole fondamentali che mi avrebbero aiutato più avanti negli anni. Allora non lo sapevo. Lo facevo perché mi faceva stare bene, perché mi faceva sentire vivo. Mi faceva sorridere quando mi guardavo allo specchio. Mi permetteva di parlare con i grandi senza sentirmi piccolo, perché piccolo non lo ero più. La bicicletta, senza fare rumore, stava già insegnandomi a stare al mondo.