Nell’ultimo incontro abbiamo parlato della trasmissione tra il Quinto Patriarca ed Eno (Huineng), simboleggiata dalla veste e dalla ciotola. Dopo averle ricevute in segreto, Eno fu costretto a fuggire dal monastero. Quando i monaci scoprirono ciò che era accaduto, alcuni di loro iniziarono a inseguirlo.
Tra questi c’era un monaco in particolare: Mio. Prima di diventare monaco era stato un soldato, quindi viene descritto come forte e determinato. Il suo intento era chiaro: recuperare la veste e la ciotola, i simboli della trasmissione.
Questa parte della storia è molto viva sul piano umano. Mostra quanto fortemente siamo legati alle idee su come le cose dovrebbero andare. Secondo le aspettative del monastero, il monaco più anziano avrebbe dovuto diventare il successore. Invece la trasmissione fu data a un povero lavoratore analfabeta del sud della Cina. Per molti, questo deve essere apparso come uno sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose.
Quando la realtà non segue il copione che abbiamo in mente, nasce tensione. Frustrazione, risentimento, delusione. È qualcosa che riconosciamo facilmente anche nella nostra vita: ci aspettiamo che le cose vadano in un certo modo, e quando non succede ci sembra che qualcosa sia andato storto.
Alla fine Mio riesce a raggiungere Eno. La prima cosa che chiede sono proprio la veste e la ciotola. Per lui sembrano rappresentare l’essenza stessa della trasmissione.
Ma Eno fa qualcosa di inaspettato.
Appoggia la veste e la ciotola su una roccia e dice a Mio che sono semplicemente dei simboli, rappresentazioni di fiducia. Non possono essere davvero presi con la forza. Se Mio li vuole, può prenderli.
Il racconto dice che Mio prova a sollevarli ma non ci riesce. Che questo momento sia da intendere letteralmente o simbolicamente non è così importante. Ciò che conta è che qualcosa cambia dentro di lui. L’energia dell’inseguimento si interrompe.
Invece di continuare a cercare di prendere quegli oggetti, Mio chiede a Eno un insegnamento.
Questo è il vero punto di svolta della storia.
All’inizio Mio sta inseguendo un simbolo, qualcosa che crede rappresenti l’illuminazione, l’autorità, il successo. Ma in quel momento la ricerca cambia direzione. Passa dal possesso alla comprensione, dal voler afferrare qualcosa al voler vedere più chiaramente.
In molti modi questo movimento assomiglia alla nostra pratica.
All’inizio possiamo cercare qualcosa: uno stato mentale particolare, un’intuizione, una conferma che stiamo progredendo. Ma lentamente la pratica cambia direzione. C’è meno afferrare e più vedere.
La veste e la ciotola sono simboli, ma anche nella nostra vita possiamo attaccarci facilmente a dei simboli: ruoli, titoli, risultati, esperienze. Non c’è nulla di sbagliato in queste cose. Tuttavia, quando le stringiamo troppo diventano una trappola.
Possiamo pensare che se otteniamo qualcosa — riconoscimento, comprensione, successo — allora finalmente saremo completi.
La pratica continua invece a riportarci a qualcosa di molto più semplice: nulla di ciò che possiamo possedere definisce davvero ciò che siamo.
Il risveglio non è un oggetto. Non può essere preso o portato con sé.
In questa storia appare in un momento molto semplice: quando Mio smette di inseguire.
Il cambiamento avviene quando questo ex soldato passa dalla certezza all’apertura, dal voler prendere qualcosa al voler ascoltare.
A volte i momenti più profondi della pratica non arrivano quando troviamo qualcosa, ma quando smettiamo di cercare di afferrare.
Domande per la riflessione
Durante l’incontro abbiamo esplorato due domande:
- Riesci a riconoscere qualcosa che hai inseguito con molta forza nella tua vita o nella tua pratica, credendo che avrebbe cambiato tutto?
- C’è stato un momento in cui hai visto che ciò che stavi inseguendo non era in realtà così necessario?
Queste domande non sono un invito a giudicarci o a rimpiangere scelte passate. Sono semplicemente un modo per osservare più chiaramente come la mente costruisce idee su ciò che è essenziale, e come a volte la chiarezza emerge proprio quando queste idee si ammorbidiscono.
