Stamattina, dopo una bella dormita ho deciso di affrontare una salita che conosco bene, Rossino, nato e cresciuto. Pochi minuti, le gambe possono far male e il cuore battere forte, per vari motivi. Quasi in cima ho interrogato la bici.
“Dimmi, cara la mia bici, hai un’anima?”
Lei, ha risposto:
Mu.
Per chi non bazzica i koan zen: Mu è la risposta del maestro Joshu alla domanda “Un cane ha la natura di Buddha?” È una specie di “né sì né no”, oppure “sei già fuori strada a fare la domanda”. Insomma: Mu è zen per “non è questo il punto, lascia perdere, cosa diavolo vuoi sapere?”.
Ci sta.
In altre parole la bici non aveva una risposta, netta, fissa. Ma tra il rumore della catena, il fruscio del vento, il cambio su e giù per il pignone, Mu era la risposta perfetta.
Cercare l’anima della bici — o della salita, o della fatica, o la mia —inutile. Meglio pedalare.
A un certo punto ho smesso di chiedere e ho iniziato solo a respirare, pedalare.
Gambe, respiro, ruote. Pensieri rallentati.
Il panorama? Boh, c’era, ma non era il punto.
Sono arrivato in cima, senza rivelazioni.
Solo un poco sudato. Calmo. Contento, la salita di Rossino ha sempre il suo perché senza per forza farsi delle domande.
La bici non ha un’anima. O forse sì? Ma oggi mi ha risposto come un vecchio maestro zen: Mu.
E in fondo, era tutto quello che serviva. Quante idee strane su cui interrogarci, pedala e basta!
