In questo quarto incontro dedicato alla storia del Sesto Patriarca, Huineng (Eno), ci spostiamo oltre i famosi poemi per vedere ciò che accadde dopo: la trasmissione silenziosa del Dharma da parte del Quinto Patriarca, Hongren.
Dopo la presentazione dei due poemi, il verso del monaco anziano venne lodato pubblicamente perché incoraggiava la pratica costante e lo sforzo disciplinato. Tuttavia, in privato Hongren riconobbe qualcosa di più profondo nella comprensione di Eno. Nel cuore della notte lo chiamò in segreto, gli trasmise il Dharma, gli consegnò la veste e la ciotola — simboli tradizionali della successione — e gli disse di partire immediatamente.
La trasmissione non fu pubblica né cerimoniale. Avvenne nel silenzio perché Hongren conosceva bene le dinamiche umane della comunità. Nominare successore un analfabeta addetto alla cucina, al posto di monaci anziani e rispettati, avrebbe probabilmente provocato gelosia e conflitti. L’intuizione spirituale è una cosa; le dinamiche umane sono un’altra.
Che cosa viene trasmesso?
La trasmissione nello Zen non è il passaggio di una conoscenza, di un’autorità o di un’illuminazione come se fossero oggetti.
È piuttosto un riconoscimento: mente che riconosce mente.
Nulla viene aggiunto e nulla viene dato. Un maestro riconosce semplicemente che un allievo ha iniziato a vedere attraverso il labirinto di concetti, etichette e idee fisse che normalmente strutturano la nostra esperienza.
In altre parole: vedo che stai vedendo.
Questo riconoscimento indica l’inizio di una libertà più profonda — la possibilità di fare esperienza diretta della realtà senza rimanere imprigionati nelle idee su di essa.
I simboli e il loro pericolo
La veste e la ciotola rappresentano la continuità della tradizione — la trasmissione vivente da maestro a discepolo.
Ma i simboli possono facilmente diventare pericolosi.
Ciò che nasce come esperienza viva può trasformarsi in:
- possesso (“la mia veste”)
- autorità (“io sono il maestro”)
- identità (“io sono illuminato”)
Quando il risveglio diventa uno status o un ruolo, l’intuizione si irrigidisce e perde vitalità.
A volte questa deriva viene descritta come “l’odore dello Zen”: quando la realizzazione si trasforma in identità spirituale invece di restare esperienza viva.
La dimensione umana
Questo episodio ci ricorda che le storie Zen non sono soltanto mistiche: sono profondamente umane.
Quando la trasmissione diventa nota, emergono gelosia, senso di gerarchia, paura e insicurezza. Queste reazioni mostrano che il risveglio non elimina automaticamente le emozioni umane.
La pratica piuttosto ci aiuta a vederle con chiarezza e ad assumerne la responsabilità.
La trasmissione non crea un essere speciale o superiore. La pratica continua momento dopo momento, dentro l’incertezza della vita.
Riconoscimento e identità
Questa storia ci invita anche a guardare la nostra vita.
Tutti cerchiamo, in qualche modo, di essere riconosciuti — nel lavoro, nelle relazioni, nei ruoli che ricopriamo. I ruoli sono necessari, ma la difficoltà nasce quando non riusciamo a lasciarli andare.
Chi siamo senza titoli, senza ruoli, senza riconoscimenti?
Quando lo status cade, che cosa resta?
È lì che la storia antica diventa esperienza diretta — ed è lì che la pratica comincia davvero.
