Dopo il crollo non sapevo da che parte cominciare.
Era il 1990.
Non c’era silenzio, come avevo immaginato.
C’erano detriti.
O meglio, c’era silenzio nei miei confronti.
Quel silenzio che viene riservato a chi ha tradito.
Ma dentro di me, no.
Lì silenzio non ce n’era.
Pezzi sparsi, di pensieri, di ricordi, di programmi.
Non avevano un ordine, non avevano una forma riconoscibile.
Non esisteva un centro attorno a cui riorganizzarsi, né una direzione evidente da seguire.
Tutto ciò che fino a poco prima mi teneva insieme era venuto giù, e io mi muovevo in mezzo alle macerie senza sapere cosa salvare e cosa lasciare andare.
La bicicletta non c’era più.
O meglio, c’era ancora, appesa in garage, ma era diventata trasparente.
Non la vedevo più.
Non la volevo più vedere.
Forse mi sentivo tradito, o forse evitavo di capire veramente cosa fosse successo.
Non avevo deciso di smettere.
Non c’era una scelta chiara, né un gesto definitivo.
Semplicemente, non faceva più parte della mia vita quotidiana.
Come se fosse rimasta sepolta sotto i detriti insieme a tutto il resto.
Senza di lei, il corpo non sapeva dove andare, e la mente non aveva più un appiglio.
Senza la bici non restava un’identità alternativa pronta.
Non c’era un “dopo” già scritto.
Restava un vuoto pratico, concreto: cosa fare del tempo, dell’energia, del corpo che fino a poco prima aveva avuto una direzione precisa.
Mi muovevo, sì, ma senza orientamento.
Ho cercato qualcos’altro.
Non per passione.
Non per vocazione.
Per necessità.
Cercavo qualcosa che potesse sostituire ciò che la bicicletta mi aveva dato, senza riuscirci davvero.
Ho provato a mischiarmi con gli altri, a stare dentro le loro cose, a parlare la loro lingua.
Non era una finzione consapevole.
Era adattamento.
Il tentativo di rimanere in piedi mentre sotto mancava il terreno.
In un certo senso ho continuato a fingere.
O forse ho semplicemente indossato una nuova maschera.
Una che funzionava abbastanza da non farmi notare, da non creare problemi, da attraversare le giornate senza troppe domande.
Ma sotto quella maschera non c’era ancora una forma nuova.
Solo una sospensione.
Eppure, anche in assenza, la bicicletta continuava a lavorare.
Non guidava più la mia vita, ma restava sotto, invisibile.
Il corpo ricordava, anche senza movimento.
Ricordava un ritmo, una verità fisica che non trovava ancora spazio per esprimersi.
Quegli anni sono stati Km zero.
Non una partenza, ma un azzeramento.
Non stavo andando da nessuna parte.
Ma, senza saperlo, stavo preparando il terreno.
Ci sarebbe voluto molto tempo per accorgermene.
Intanto imparavo a conformarmi: le prime bevute, la prima ragazza, le prime vacanze, i primi lavori estivi.
Non ho brutti ricordi di quei tempi.
Anzi, mi hanno fatto tanto bene.
In un certo senso mi hanno formato, o sformato.
Forse mi hanno solo mostrato un aspetto di me semplice, prevedibile.
Andavo ancora a scuola, o meglio, ci andavo a giorni alterni, quando non trovavo niente di meglio da fare.
Lì credo di aver conosciuto appieno cosa significa perdere tempo, anche se, in maniera assoluta, il tempo non si perde mai davvero.
C’era una frustrazione sotto le braci.
Frustrazione che mascheravo, ma che si manifestava in comportamenti al limite del riformatorio.
Intanto avevo iniziato a dimenticarmi di avere un corpo.
Misi peso, mangiavo e bevevo di tutto.
Ero sul punto del divorzio totale, ma credo che resisteva ancora una sorta di “separati in casa” al momento.
Passarono due o tre anni così.
Poi andai al militare.
La scuola non c’era più, dopo aver collezionato bocciature su bocciature. Avevo cominciato a lavorare.
Non so esattamente cosa abbia fatto l’anno del militare.
Ricominciai a muovere il corpo per benessere: giocavo a pallone, tante partite, e ricominciavo a ritrovare quella confidenza con la fatica fisica.
Ancora niente bici, ma immagino che qualcosa dal punto di vista fisico fosse scattato.
Non saprei come considerare quei tre o quattro anni in cui credo non aver mai pedalato una volta.
Forse quella lunga astinenza fece, negli anni a venire, esplodere qualcosa che andava al di là dell’esercizio fisico e del benessere.
Forse, da un certo punto di vista, sono stati gli anni più importanti per strutturare la vita come sarebbe successa solo pochi anni dopo.
Intanto, dopo il militare, ritornai a lavorare nel posto in cui lavoravo prima di partire.
Orari infiniti dentro a un capannone, niente luce del sole, tanta aria viziata.
Le braci crepitavano sempre più forte.
Stava diventando impossibile non sentirla.
