Dopo anni di chiodo, la bicicletta ritocca la strada.
Devo ammetterlo, non ricordo come sia stata la prima uscita dopo quella lunga pausa. Pagherei qualsiasi cosa per avere il ricordo preciso di quel giorno. Immagino sia stata l’estate del 1994.
Ricordo però che lavoravo con uno che aveva corso in bicicletta, stesse categorie, forse un paio d’anni in più di me. Lui, come me, ricominciava da poco a pedalare dopo una lunga pausa. Decidemmo una sera di uscire insieme, dopo il lavoro: un giro breve, una salita, il tempo di salutarci.
Mi staccò subito. Io feci una fatica pazzesca. Non erano più di tre chilometri, con pendenze blande, eppure per me era uno Stelvio. Ricordo perfettamente il sapore del sangue in gola, le gambe in acido, doloranti, il fiato un ricordo lontanissimo. Ogni colpo di pedale era un piccolo compromesso tra volontà e sopravvivenza.
Quel giorno le braci, sopite per anni, si accesero di nuovo. Da lì in avanti ricominciai a uscire regolarmente, magari solo un giorno durante la settimana, ma anche un giorno fisso nel fine settimana. Quella sensazione di fatica e dolore diventò promessa: un ponte tra il passato e un presente nuovo, fatto di libertà, ritmo, e la gioia semplice di stare di nuovo in sella.
Finì l’anno 1995. Lasciai il posto di lavoro dalle ventisei ore al giorno e andai a lavorare in un posto più umano. Lì smettevo alle cinque, e davanti a me si spalancava una strada. Una strada vera, fatta di asfalto, di vento, di curve e salite, tutta da vivere. Non dovevo fare altro che pedalare sopra di essa, lasciarmi attraversare dal movimento, sentire le gambe che riprendono il ritmo, il cuore che si abitua al piacere di muoversi di nuovo senza pressioni esterne.
Il 1996 iniziò con la catena ben lubrificata, i pedali lisci sotto i piedi, le ruote che giravano senza resistenza. E io con loro, pronto a riappropriarmi del tempo, della fatica, della gioia. Ogni uscita diventava un piccolo rituale, un riannodare il filo spezzato tra me e la bicicletta, tra me e la strada, tra me e quello che davvero volevo essere.
In quell’anno persi qualcosa come una dozzina di chili. Ritornai magro, atleta. All’inizio fu una specie di scommessa con un compagno di lavoro, uno che non credeva che ce l’avrei fatta a perdere peso. La sua incredulità fu lo stimolo iniziale, quel piccolo fuoco che accese dentro di me qualcosa di più grande. Ben presto quella scommessa si trasformò in una missione, e infine in una promessa: una promessa a un corpo che avevo bistrattato per troppo tempo, trascurato, dimenticato.
Ricominciai a volare in salita. Ogni metro guadagnato era una piccola vittoria, una rivendicazione della forza che avevo sempre avuto dentro, ma che per anni era rimasta dormiente. Cosa mi ero perso in quegli anni di vuoto. Il cuore che batteva, le gambe che urlavano, il respiro che diventava ritmo. Tutto tornava. E con esso tornava la gioia pura di essere in sella.
Il corpo ricordava. E ora aveva cominciato a ricordare tutto molto bene.
Ricordava la gioia, l’ebrezza, l’assurda estasi della fatica.
Ogni movimento, ogni curva, ogni pedalata facevano viaggiare i muscoli sulle strade della memoria. Ricordi impressi nei muscoli, nel respiro, nelle ossa. Ora non c’era più fretta, né la pressione delle gare. C’era solo la sensazione di rimettere insieme i pezzi, di ritrovare un ritmo interiore che era stato silenziosamente custodito dentro di me.
In quei mesi imparai a pedalare senza aspettative.
A riconoscere la fatica come un’amica, non più come un giudice.
A sentire il vento sulla pelle senza che il cuore si affrettasse per dimostrare qualcosa.
Qualcosa aveva ripreso vita. In un certo senso, in quegli anni rinacqui un’altra volta. Ricominciai a dare del tu alle strade, ai boschi che attraversavo, alle montagne che scalavo, alle vallate che ammiravo. Il mondo tornava a essere un interlocutore, non uno sfondo.
Nel corpo ora ci stavo benissimo. Niente più “separati in casa”. Ritornavo ad abitarci dentro con una gioia pazzesca, con la sensazione di essere finalmente allineato: quello che pensavo, quello che sentivo, quello che facevo. Tutto pedalava nella stessa direzione.
Allungavo i giri, aggiungevo salite. Ormai ero di nuovo dipendente da quello stupendo cavallo d’alluminio con ruote di carbonio. Stavo bene. Fisicamente e mentalmente. Sentivo che qualcosa dentro di me si stava riallineando, come se ogni chilometro rimettesse al suo posto un pezzo che era rimasto fuori asse per anni.
L’anno stava volgendo al termine e già pensavo a come avrei impiegato il mio tempo ciclistico l’anno successivo. Non come un dovere, non come un programma imposto, ma come si immagina un viaggio che si desidera davvero fare.
Avevo rotto con ciò che non mi rendeva felice. Avevo ritrovato il diamante che avevo perso e, questa volta, sapevo quanto fosse prezioso. Non lo tenevo stretto per paura di perderlo, ma con la cura che si riserva alle cose che ti hanno insegnato a respirare di nuovo.
La bicicletta non era più un luogo da cui fuggire né qualcosa da dimostrare. Era tornata ad essere casa. E io, finalmente, ero tornato ad abitarla.
