Sono le quattro e pochi minuti.
Il ciclista esce di casa.
L’aria è così pesante che sembra di respirare acqua.
Pedala piano.
Non c’è nessuno.
Dopo un’ora arriva ai piedi di una salita che non percorreva da tempo.
È più ripida di come la ricordava.
Mette l’ultimo rapporto.
Le gambe rallentano.
Ogni metro sembra chiedere il permesso al successivo.
Non può distrarsi.
Se pensa troppo, perde il ritmo.
Se guarda troppo in alto, la salita cresce.
Così guarda solo il metro davanti alla ruota.
Uno.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Il sudore gli scende negli occhi.
Respira.
Pedala.
Respira.
Pedala.
A metà salita si accorge che l’aria è cambiata.
Fa più fresco.
La fatica è rimasta la stessa.
È lui che è cambiato.
Poco più avanti vede un uomo anziano seduto sul bordo della strada.
Non ha una bicicletta.
Non ha uno zaino.
Sembra semplicemente aspettare qualcuno.
Quando il ciclista gli passa accanto, l’uomo dice soltanto:
— Finalmente.
Il ciclista continua ancora qualche metro, poi si gira.
— Finalmente cosa?
L’uomo è sparito.
Non c’è un sentiero.
Non ci sono alberi dietro cui nascondersi.
Solo la strada che sale.
Il ciclista riparte.
Per il resto della salita quelle due parole gli rimangono addosso.
Finalmente.
Quando arriva in cima non sente alcuna vittoria.
Solo silenzio.
Riprende a pedalare.
Gli tornano in mente tutte le volte in cui aveva cercato di evitare la fatica: scegliere la strada più facile, rimandare, aspettare un giorno migliore.
E capisce.
Quell’uomo non stava aspettando lui.
Stava aspettando quel momento.
Il momento in cui avrebbe smesso di considerare la fatica un nemico.
Perché la fatica non era l’ostacolo.
Era l’appuntamento.
Torna a casa poco dopo le otto e mezza.
Ha le gambe stanche.
La maglietta completamente bagnata.
E un sorriso largo come il cielo.
Perché quella mattina non ha immaginato niente.
Ha vissuto.