Sono le 4.57 del mattino.
Il ciclista esce di casa.
Dopo una curva appare una panchina.
È sola.
Non porta l’anello al dito.
Sbadiglia.
Forse aspettava qualcuno.
Ma senza aspettative.
Mi fermo a tre metri da lei.
Ho quasi timore di avvicinarmi.
Per reverenza.
Per timidezza.
Poi mi faccio coraggio.
Mi siedo.
La panchina mi abbraccia.
Calorosamente.
È più amore che amicizia.
Mi commuovo.
Piango.
Poi rido.
Poi canto.
Quando riparto, la panchina è sulle mie spalle.
Pedaliamo via.
In tre.