Chi sono io?
È una delle domande più antiche che l’essere umano abbia mai posto.
Eppure, nonostante la sua apparente semplicità, resiste a ogni risposta che le diamo.
Quando ascoltiamo questa domanda, la mente si mette subito alla ricerca di una risposta.
Cerchiamo nella memoria.
Cerchiamo nelle nostre esperienze.
Cerchiamo nei nostri ruoli, nelle nostre relazioni, nei nostri successi e nelle nostre delusioni.
Potremmo dire:
«Sono un genitore.»
«Sono un insegnante.»
«Sono italiano.»
«Ho successo.»
«Sono ansioso.»
«Sono una persona gentile.»
«Sono una persona spirituale.»
Non c’è nulla di sbagliato in queste risposte. Ognuna contiene una parte di verità.
Ma sono anche descrizioni.
Sono idee.
Sono storie che raccontiamo su noi stessi.
E se la domanda ci stesse invitando ad andare più in profondità?
Invece di cercare una risposta, forse possiamo provare ad avvicinarci sempre di più alla domanda stessa.
Di solito c’è una distanza tra noi e la domanda.
La domanda appare e, quasi istantaneamente, la mente corre verso una risposta.
La risposta può essere utile, ma arriva sempre dal passato.
Un ricordo.
Una descrizione.
Un’idea.
La domanda, invece, è viva.
Esiste solo adesso.
Così, invece di cercare di risolverla, forse possiamo semplicemente rimanere con lei.
Diventare intimi con lei.
Lasciare che lavori dentro di noi.
Chi sono io?
Chi sono io?
Chi sono io?
All’inizio può sembrare che stiamo cercando una risposta.
Ma, poco alla volta, potrebbe iniziare ad accadere qualcosa di diverso.
La distanza comincia a ridursi.
All’inizio c’è qualcuno che pone la domanda.
Poi c’è qualcuno che cerca di risponderle.
Ma, a un certo punto, può darsi che rimanga soltanto la domanda stessa.
Non rispondere alla domanda.
Essere la domanda.
Viverla.
Partire dal luogo in cui la domanda nasce.
Guardare da lì.
Ascoltare da lì.
Fare esperienza della vita da lì.
Colmare la distanza tra ciò che viene cercato e colui che cerca.
Continuando a stare con la domanda, può avvenire un altro movimento.
Molti di noi portano con sé idee fisse su chi sono.
Idee raccolte negli anni.
Idee ricevute dalla famiglia, dalla cultura, dall’educazione, dai successi e dagli insuccessi.
Queste idee ci aiutano a orientarci nel mondo.
Ma, a volte, diventano anche un peso.
Perché, quando credo di essere un certo tipo di persona, sento di dover difendere quell’immagine.
Devo esserne all’altezza.
Devo proteggerla.
E molta della nostra sofferenza inutile nasce proprio dall’attaccamento a queste idee su noi stessi.
La domanda «Chi sono io?» mette gentilmente in discussione questo attaccamento.
Non offrendoci una nuova identità.
Non sostituendo una storia con un’altra.
Ma invitandoci a guardare direttamente.
Chi sono io prima della storia?
Chi sono io prima della descrizione?
Chi sono io prima dell’etichetta?
Man mano che queste idee si ammorbidiscono, può emergere qualcosa di sorprendente.
C’è meno da difendere.
Meno da dimostrare.
Meno da diventare.
Meno contro cui lottare.
Perché ciò che rimane non è un’altra idea.
Ciò che rimane è ciò che è realmente presente.
Questo respiro.
Questo corpo.
Questi suoni.
Queste sensazioni.
Questi pensieri che appaiono e scompaiono.
Questo momento.
Non un’idea del momento.
Non un giudizio sul momento.
Non una storia sul momento.
Solo questo.
Semplice.
Immediato.
Vivo.
La domanda «Chi sono io?» può diventare una porta.
Una porta attraverso la quale passiamo dalle nostre idee sulla vita alla vita stessa.
Una porta attraverso la quale passiamo da chi pensiamo di essere a ciò che è realmente presente.
Non chi ero.
Non chi spero di diventare.
Non chi penso di dover essere.
Ma ciò che è presente adesso.
Molti di noi sono convinti che una domanda esista per trovare una risposta.
Ma alcune domande sono diverse.
Alcune domande sono un invito.
Ci invitano a guardare.
A prestare attenzione.
A diventare più intimi con la nostra esperienza.
«Chi sono io?» potrebbe essere una di queste.
Perciò non lasciate questa domanda sul cuscino di meditazione o nella sala in cui avete praticato.
Portatela con voi.
Non come qualcosa su cui rimuginare senza fine.
Non come un rompicapo filosofico.
Ma come una compagna di viaggio.
Quando vi svegliate domattina:
Chi sono io?
Quando camminate:
Chi sta camminando?
Quando ascoltate qualcuno:
Chi sta ascoltando?
Quando provate rabbia:
Chi è arrabbiato?
Quando provate gioia:
Chi sta gioendo?
Non per trovare una risposta migliore.
Non per costruire una nuova identità.
Ma per tornare, ancora e ancora, a ciò che è qui.
Potreste scoprire che, poco alla volta, la domanda dissolve alcune delle idee che avete su voi stessi.
E, quando queste idee si ammorbidiscono, qualcosa d’altro diventa visibile.
Non una nuova idea.
Non un’esperienza speciale.
Ma semplicemente questa vita, così com’è.
Questo momento.
Questo respiro.
Questo suono.
Questa presenza viva.
Forse lo scopo della domanda non è scoprire una nuova idea su chi siamo, ma liberarci dalle idee che ci impediscono di vedere chi siamo.
E forse, con il tempo, scopriremo che la domanda «Chi sono io?» non ci sta conducendo verso una risposta.
Ci sta riportando a noi stessi.